A molti sembra passata una vita da quando il Covid è arrivato nelle nostre vite, rivoluzionando il nostro modo di lavorare con lo smart-working. Abbiamo assistito ad un vero cambio di paradigma, vedendo le trasformazioni del lavoro post-pandemia. Senz’altro lavorare da casa ha comportato per molti di noi e per le nostre organizzazioni degli enormi guadagni di produttività. Non sempre però e non per tutti. 

Si sono delineati due partiti. Chi ha potuto, da un lato, è tornato quanto prima al lavoro tradizionale, gomito a gomito, in pieno contatto fisico con gli altri. C’è chi, invece, ha scoperto come sia vantaggioso lavorare da casa, senza traffico, senza turni in sala riunioni, senza fastidiosi convenevoli alla macchinetta del caffè.  

Anche se è passato del tempo, e alcuni cambiamenti ci sembrano già acquisiti, è il caso di continuare a riflettere sulle trasformazioni in corso. Il tema fondamentale rimane, infatti, come coniugare produttività e benessere nel mondo del lavoro post pandemia.

1) Lo smart working ha dimostrato quanto siano inutili alcune mansioni e alcuni ruoli.

Ad alcuni è già capitato; ad altri capiterà di dover accettare profondi mutamenti dei propri compiti professionali. In molti sottolineano come il mondo post pandemia vedrà un ulteriore accelerazione del processo di sostituzione tecnologica del lavoro.  

Prima dell’emergenza Covid tanto lavoro non era sostituito dalla tecnologia unicamente perché clienti e utenti resistevano all’utilizzo della tecnologia. Oggi i 90enni che hanno imparato durante il 2020 a smanettare sulle applicazioni digitali fanno pensare che tante “strutture fisiche” che servivano clienti “resistenti alla tecnologia” verranno ridimensionate. Chi ne faceva parte deve prepararsi a profonde revisioni delle proprie mansioni e responsabilità.  

2) Le organizzazioni saranno chiamate ad uno sforzo di classificazione delle singole componenti del lavoro e delle agende di tutti i dipendenti e collaboratori.

Il 2020 ci ha insegnato che il 99% di ciò che è condivisione si può fare in videocall e che la routine può tranquillamente essere gestita a distanza. Il confronto creativo da remoto è invece più complicato. Per confronto creativo intendo tutte le attività che creano dal nulla relazione, apprendimento, soluzioni. Tutti noi dovremo riuscire a individuare nella nostra giornata di lavoro ciò che è routine e ciò che è invece creazione. In base a questo, dovremo adattare di conseguenza le nostre agende quotidiane e settimanali. Sarà necessario analizzare le nostre interazioni con colleghi e/o clienti e separare ciò che è momento “creativo” (quando non ci si capisce, quando non si è d’accordo, quando bisogna trovare una soluzione e decidere in due) da ciò che è semplice condivisione/aggiornamento.
 

Il risultato di questo enorme sforzo di analisi e pianificazione sarà un beneficio in termini di produttività e benessere (si sta fisicamente insieme al collega o al cliente solo quando fa la differenza). Tutto facile in linea teorica. In pratica questa ricerca dei momenti in cui il contatto “dal vivo” è necessario probabilmente diventerà un ulteriore fattore di stress per le organizzazioni e per i singoli, soprattutto perché partiamo da un livello molto basso di autoconsapevolezza. Infatti per la maggior parte di noi è molto faticoso (ma non impossibile) segmentare il nostro lavoro in tante distinte microattività e capire per ciascuna di queste se e quanto sia determinante la presenza fisica.  

L’analisi poi è condizionata da percezioni soggettive, gusti e inclinazioni personali, per cui, per esempio, se sono molto estroverso e propenso alla vita relazionale tenderò a sopravvalutare l’importanza del contatto umano, anche in situazioni e attività dove oggettivamente un assistente virtuale o una call da remoto sono perfettamente funzionali.  

3) La dimensione della socialità sul lavoro si ridimensionerà sempre di più.

Siamo tutti contenti di passare meno tempo in riunioni noiose e sovraffollate, con meno occasioni di confronto con il collega antipatico o il cliente arrabbiato. Resta da capire quanto quel tempo che abbiamo sempre percepito come inutile e fastidioso non sia in realtà comunque importante per la nostra crescita personale e professionale. Imparare a convivere con persone completamente diverse da noi per età, carattere, cultura, stile di vita, visione del mondo non è forse uno straordinario “esercizio di umanità” che ci può rendere persone migliori?  

Stiamo scoprendo l’impatto sulle nostre vite del nuovo mondo del lavoro post pandemia,  che potremmo definire “blended”: un po’ dal vivo, un po’ a distanza. L’unica certezza è che un impatto c’è. Senz’altro dovremmo puntare sulla qualità, meno tempo con gli altri, ma di maggior qualità, meglio se disconnessi e lontani da qualsiasi tipo di schermo.  

Contributo di Lorenzo Cavalieri,

Managing director della società di formazione e consulenza Sparring