Il sempre più rapido sviluppo tecnologico, frutto della combinazione di machine learning e bigdata, sembra porci davanti un’importante rassicurazione: l’errore umano sarà sempre più minimizzato grazie alla tecnologia. L’intelligenza artificiale sembra potrà proteggerci dalla possibilità di sbagliare, come un angelo custode che si pone a paracadute dell’essere umano.

Ma è un fenomeno che ci fa bene?

Senz’altro, anche se siamo di fronte a qualcosa di molto più complesso di quanto siamo forse portati a pensare. Per alcune professioni, il presidio tecnologico è una benedizione: pensiamo a quei lavori dove l’errore umano può determinare conseguenze drammatiche. Un chirurgo, un pilota di aerei o di treni, un ingegnere che deve costruire un ponte: questi professionisti saranno tutti confortati dalla presenza del paracadute tecnologico. Più banalmente, nella nostra vita quotidiana, l’errore umano è minimizzato anche quando il correttore automatico ci salva da imbarazzanti errori grammaticali nelle email. Ma questo perenne e costante paracadute tecnologico è davvero e sempre una buona notizia per la nostra vita professionale?

I più attenti potrebbero obiettare che questo interrogativo non abbia senso, perché in ogni azione, anche con il supporto della tecnologia, si pone la possibilità di sbagliare. Il chirurgo che opera grazie a un robot, potrà sempre sbagliare la diagnosi o la terapia successiva l’intervento.

La domanda rimane però valida, perché effettivamente possiamo constatare come sempre più ruoli siano coadiuvati dalla tecnologia, riducendo significativamente lo spazio per l’errore umano. Con una duplice implicazione: se da un lato la protezione tecnologica offre sollievo (non potrò fare troppi danni!) dall’altro è facile sentirsi minacciati (se il robot farà il lavoro al mio posto, cosa ne sarà di me?).

Economisti e sociologi di tutto il mondo si interrogano a proposito. La tecnologia ci renderà disoccupati o migliorerà il nostro futuro lavorativo?? Quale equilibrio ci sarà tra essere umani e macchine?

Non siamo ancora in grado di dare risposte certe. Quello che possiamo fare è interrogarci sui cambiamenti in corso, focalizzandoci sull’impatto che già oggi ha il «paracadute tecnologico» sul nostro modo di lavorare. Se da un lato è per noi conveniente il ruolo che assume la tecnologia nella prevenzione dei nostri errori, dall’altro lato dobbiamo ricordare che sbagliare è fondamentale per il nostro benessere personale e lavorativo. Ecco quattro motivi per cui sbagliare è importante:

1) Sbagliando si impara.

Ce lo insegnano fin da piccoli: ogni errore è una lezione che ci rende più consapevoli. Banale constatazione, direbbe qualcuno. Eppure il nostro cervello si sviluppa proprio grazie alle esperienze, immagazzinando nella memoria il ricordo di ciò che fa bene e ciò che fa male, ciò che può essere ripetuto e ciò che non può essere replicato. Senza sbagli, non possiamo nutrire la nostra esperienza, allenando il nostro istinto e la nostra intuizione.

Prendiamo l’esempio di due diversi bancari che devono erogare un prestito. Uno è completamente assistito, dall’inizio della sua carriera, da un prezioso algoritmo incapace di sbagliare per definizione. Un altro invece utilizza lo stesso supporto ma ha un’esperienza precedente più “tradizionale”, svincolata da invadenti supporti tecnologici. Ebbene: questo secondo bancario potrà decidere di erogare un prestito al di là dei numeri, perché qualcosa nel suo istinto gli dice che funzionerà. Il primo, se sconsigliato dall’algoritmo, difficilmente autorizzerà il credito.

La differenza tra i due sta nel fatto che il secondo bancario attinge, nella sua scelta, al “database” mentale dei suoi errori, delle sue esperienze. Il primo, invece, affidandosi completamente all’algoritmo, non ricorre al suo fiuto e capacità intuitiva, facoltà intellettive molto preziose nei momenti di crisi.

Il processo che porta il nostro ipotetico secondo bancario a concedere il prestito non è nient’altro che il frutto della sua esperienza e dei suoi errori.

2) Sbagliare pone davanti la necessità di riflettere per superare i propri errori

Certo, nessuno di noi sarà mai felice di dover affrontare le conseguenze di un errore. Si tratta di momenti in cui siamo infatti chiamati ad assumerci le nostre responsabilità, a mettere in discussione le nostre scelte fino a scusarci. Per quanto proveremo ad evitarlo, questi momenti sono comunque parti essenziali delle nostre vite. L’errore è ciò che ci rende umani, è ciò che ci insegna il senso del limite, è ciò che ci permette di dare un giusto peso alle cose. Affidare meccanismi e processi decisionali totalmente alle macchine significa deresponsabilizzarci: potremo essere sollevati se la tecnologia che sbaglia assumesse responsabilità al posto nostro, ma lo saremo allo stesso modo se non potessimo intestarci la riuscita di un progetto, andato in porto esclusivamente grazie all’apporto dell’intelligenza artificiale?

3) Alla base del perfezionamento c’è un processo di errori e ripetizioni

Questo concetto è immediato e persino banale per artisti e sportivi. Per suonare la nota perfetta il musicista deve ripetere quel gesto specifico fino alla nausea. Ogni sportivo deve ripetere movimenti migliaia di volte prima di affinare la tecnica.

Il rigorista che non può sbagliare il tiro decisivo per la partita ha ripetuto quello stesso movimento migliaia di volte. Diceva Bruce Lee: “Non temo l’uomo che ha tirato 10.000 calci, ma temo l’uomo che ha praticato un solo calcio 10.000 volte”. Perché la ripetizione? Perché solo questa dà la possibilità di portare verso lo zero la possibilità di errore, padroneggiando il movimento, controllando le sfumature.

Se la possibilità di sbagliare è annullata dalla tecnologia, anche lo stimolo a perfezionarsi viene meno. Ad indebolirsi è la nostra capacità di dedicarci, di perfezionarci con pazienza, disciplina, combattendo la frustrazione di ripetere un atto migliaia di volte.

4) Più mi dedico a rimediare ai miei errori, più alleno la mia attitudine alla risoluzione di problemi

Alcune delle più grandi innovazioni sono nate da un problema che doveva essere risolto procedendo per tentativi ed errori. Cristoforo Colombo, nel suo tentato viaggio verso l’India, scoprì le Americhe. Scendendo in un piano più pragmatico, più impariamo ad analizzare gli errori, più ci alleniamo nel trovare soluzioni, più stimoleremo il nostro spirito creativo, imparando a generare alternative.

Se sono abituato a utilizzare Google Maps per ogni spostamento, anche il più ripetitivo, imparerò mai a muovermi in autonomia per strada? Scoprirò mai lo spostamento più efficace se mi baso solo sulle considerazioni del navigatore? E, soprattutto, sarò mai in grado di raggiungere l’altra parte della città, anche con il telefono scarico?

Ecco, in conclusione, cosa voglio affermare: un cervello appiattito sul paracadute tecnologico perde la sua capacità di produrre soluzioni alternative. Con questo non si intende demonizzare la tecnologia, che ci è cara e ci permette davvero di migliorare il nostro modo di impiegare il tempo. Ciò si vuole affermare è però il diritto di sbagliare, di imparare grazie alla nostra intelligenza e intuito, due facoltà umane preziose e da custodire con cura.

Contributo di Lorenzo Cavalieri,
Managing director della società di formazione e consulenza Sparring