Smart Working: una “rivoluzione” necessaria per un Paese che ne ha bisogno. A patto che…

Smart working significa farsi carico del raggiungimento dei risultati

Lavoro in smart ormai da qualche lustro. In azienda utilizziamo tale modalità in misura complementare rispetto al lavoro in presenza. Ogni collaboratore sceglie, coerentemente con i propri impegni professionali, in che modalità operare. Dal 24 febbraio, per la nota congiuntura che stiamo affrontando, adottiamo solo lo smart working, senza alcun calo di operatività e produttività, anzi.

Dal mio punto di vista, il tema dello smart working, se lo si vuole affrontare veramente affinché si traduca in una risorsa concretamente ed efficacemente utilizzabile in tutti gli ambiti lavorativi dove è possibile impiegarlo, richiede una profonda inversione di rotta almeno su tre aspetti chiave (e piuttosto impegnativi):

  1. Normativo;
  2. Culturale;
  3. Tecnologico.

1. Normativo

I contratti di lavoro, fatti solo di diritti e pochi doveri, che piacciono ancora a molti lavoratori, sono arcaici. Non è più neanche lontanamente immaginabile, poi, che il lavoro nei servizi, nella P.A. e in tutti gli ambiti di tipo immateriale o ad alto valore intellettuale, venga misurato col tempo e debba svolgersi in un luogo fisico determinato e basta. Assistere ogni giorno agli spostamenti massivi di persone che, per svolgere la propria attività lavorativa, devono necessariamente raggiungere un luogo fisico determinato con tutti i danni ambientali, lo stress e gli inutili impatti sul sistema dei trasporti che ne conseguono, è pura follia oltre a rappresentare un costo sociale ed economico enorme. Certo, se fai il ristoratore o il carpentiere, non puoi fare a meno di rispettare dei tempi e di operare in luoghi specifici. Ma questa è un’altra cosa.

2. Culturale

I lavori che citavo prima necessitano di un ribaltamento culturale per poter essere svolti in modalità smart. Tempo e spazio ormai nulla hanno a che vedere con questi lavori. Il lavoro per compiti, poi, è anacronistico, è morto almeno 20 anni fa: si lavora per risultati attesi. Se il collaboratore è in grado di raggiungerli in una determinata organizzazione bene, altrimenti cambia organizzazione e lavoro. Smart working, però, non significa che stai a casa e fai un po’ quello che ti pare. Smart working significa farsi carico del raggiungimento dei risultati assegnati e saperli raggiungere in autonomia, con capacità di risolvere problemi e prendere decisioni, prescindendo da un orario stabilito e da un luogo fisico determinato. Insomma, funziona ma serve una “nuova” e specifica cultura del lavoro. Oggi molti uffici sono pieni di lavoratori che non hanno nulla da fare eppure, secondo una cultura ancora dominante, il solo fatto che abbiano timbrato un cartellino e si trovino dietro una scrivania equivale al fatto che stiano lavorando.

3. Tecnologico

In questi giorni si discute ovunque di smart working ed è evidente che la questione è del tutto ignota ai più. Ancora oggi, anche in aziende di grandissime dimensioni, non si dispone della tecnologia base per approcciare questa modalità di lavoro e prima ancora della necessaria cultura grazie alla quale poterla rendere concretamente operativa. Gran parte dei lavoratori, poi, sconosce Skype, Teams, Wire, Zoom (etc…) o banalmente i più diffusi applicativi di Office, per rimanere sul base. Che facciamo? Ci mettiamo ad arare un campo col cacciavite?

1 aprile A.D. 2020, ci stiamo attrezzando ma siamo ancora “leggermente” lontani.

 

Sergio Carbone