La concessione del credito alle imprese dopo la pandemia

Dietro l’apparentemente “piena” attività di concessione di crediti coperti spesso da garanzia pubblica, si nascondono alcune criticità anche nell’ipotesi di ripresa delle condizioni di normalità congiunturale. Gli intermediari bancari e finanziari operano, ormai differenziati fra loro, nel dispiegare le proprie strategie e nell’affrontare casi di imprese in difficoltà, conseguenti a differenti politiche di erogazione del credito e scelte commerciali.

Una delle innovazioni più interessanti in prospettiva concerne l’esigenza di soluzioni alternative al credito bancario ordinario, per le quali molte banche non sono adeguatamente predisposte per fonti di raccolta e per modelli organizzativi. Per realizzare ciò non è sufficiente poter contare sugli strumenti messi a disposizione dal legislatore in una fase transitoria, quanto ridisegnare i criteri che dovrebbero improntare l’azione delle banche nella allocazione efficiente del credito, considerando i vincoli delle posizioni in essere, soprattutto di quelle in difficoltà rientranti nelle fasce meno fragili delle posizioni non performanti.

Liberare (ma non sempre liberarsi da) questa quota dell’attivo sarà determinante; se ne può prevedere una gestione a tre vie:

  1. il rientro in bonis della posizione con la ripresa dei normali ritmi di gestione preesistenti alla crisi
  2. la scelta di abbandonare la relazione consolidando l’eventuale perdita, ma evitando aggravamenti della posizione
  3. la cessione della posizione con trasferimento al settore delle cartolarizzazioni in-house o esterne

Nel contempo, le scelte evidenziate comportano criteri di selezione distinti se riguardano:

  1. la gestione dei crediti preesistenti (in bonis o in deterioramento non grave)
  2. la gestione del credito concesso nella fase pandemica qualora non si semplificasse celermente la dinamica dei movimenti
  3. la concessione di nuovo credito all’interno o al di fuori della previsione dei supporti e dei sussidi normativi

Resta determinante la qualità del rapporto banca-impresa per aumentare ed approfondire la qualità delle informazioni alla base delle decisioni. Banche di territorio, componenti locali di banche con articolazioni territoriali rimaste con adeguata autonomia e qualità delle conoscenze personali da parte di responsabili bancari, personalmente inseriti nell’area di competenza, appaiono i punti di forza più richiesti. Il supporto, ma non la sostituzione, tecnologica sarà componente complementare, mentre l’eccessivo ricorso a processi algoritmici rischia di generare scelte inefficienti, tecnicamente e commercialmente.

In attesa che una diversa condizione dei tassi di interesse consenta maggior respiro alla formazione dei margini di intermediazione, i bilanci bancari devono evitare in assoluto di dover assorbire perdite o ammortamenti vincolanti legati al portafoglio in essere. Non è certamente leggibile una scelta di allentamento dei vincoli in merito a parametri e coefficienti patrimoniali legati alla ponderazione di asset rischiosi (RWA).

Ricordiamo che assai raramente (direi mai, escludendo casi minimi) una banca caduta in difficoltà per la gestione di perdite o riduzioni di valore è riuscita a recuperare la condizione preesistente e/o restare autonoma.
Il deterioramento delle posizioni, non curato alle origini e non affrontato con decisione, determina catene viziose delle quali sfugge il controllo. La crisi bancaria non origina da debolezze patrimoniali, non nasce da scoordinate soluzioni economiche ma dall’accentuarsi progressivo di asimmetrie nei flussi di cassa.

 

Giuseppe G Santorsola
Professore Ordinario di Asset Management,
Corporate Finance e Corporate & Investment Banking
Università Parthenope di Napoli