Cambiare, la sfida più difficile

Oggi tutti noi siamo immersi in un mondo che fa della velocità uno dei paradigmi più utilizzati: la velocità ha assunto un ruolo fondamentale e si declina nella vita quotidiana di ognuno di noi, sia nella sfera personale che professionale. La velocità rappresenta un valore nel campo dell’informazione, offrendoci un’incredibile varietà di fonti e risorse a cui attingere.

Nel campo professionale, la velocità si declina nell’attesa da parte dei clienti di risposte immediate e di valore: tutto ciò implica la necessità di modificare il nostro approccio, sia a livello personale, sia professionale.

Il cambiamento è diventato in questi anni un argomento di estremo rilievo e ne parlano sempre sia i media (giornali, blog, televisioni, ecc.) che le aziende al loro interno: ha assunto il peso specifico di un postulato, quindi è dato per scontato ed inevitabile.

Nella mia esperienza di docente e consulente per aziende molto diverse tra di loro (settori, mercati, dimensioni, numero di persone), ho potuto notare che poche aziende hanno una strategia efficace sul cambiamento.

Non basta un articolo sulla Newsletter Aziendale o un intervento nella Convention Annuale: le persone devono essere aiutate e supportate nelle fasi di cambiamento.

Il primo valore fondamentale perché il cambiamento diventi parte dell’attività quotidiana è sempre lo stesso, così come per altre situazioni, da sempre: la sua adozione da parte della dirigenza.

La forza dell’esempio è la migliore strategia e si declina nel day by day: puntuale e quotidiana.

Il cambiamento spaventa sempre e le persone si rifugiano nel mantra “Abbiamo sempre fatto così” e le sue innumerevoli declinazioni: il passato come rassicurazione che il nostro agire è quello corretto.

Si chiama “area di confort”: per crearne una nuova e diversa, dobbiamo fornire degli strumenti di conoscenza, dobbiamo rassicurare, dobbiamo insegnare alle persone, dobbiamo essere al loro fianco ed accompagnarli.

Il cambiamento non è una fotografia, è un film: è un percorso lungo, pianificabile e soprattutto monitorabile. E’ necessario che sia un processo costruito ad hoc, è troppo pericoloso affidarlo ai singoli senza che ci sia una visione d’insieme.

La formazione come allenamento: il coaching è una parola oggi diventata di moda, ma se ci riflettete è sempre stato così. Il ruolo di un responsabile di funzione è sempre stato di trasmettere know-how, di essere al fianco dei collaboratori, di fornire strumenti concreti.
La questione diventa: chi forma il formatore?

Oggi tutti devono essere formati ed allenati a vedere le situazioni in modo differente, a capirne le nuove regole e questo indipendentemente dal livello gerarchico.

Nelle aziende più evolute (lo stanno facendo ormai da diversi anni), una delle leve su cui giocare il cambiamento è collaborare con start-up e sfruttare l’energia nuova e dirompente di chi non ha paradigmi da rispettare.
La filosofia di questi interventi è insegnare a tutti i livelli manageriali ed operativi, la novità come mantra dell’azione quotidiana: non ci sono schemi precostituiti, invento e definisco il nuovo come motore di sviluppo.

Sulla base dei progetti realizzati e dei risultati conseguiti, ritengo che il cambiamento sia un processo a più stadi, coerenti e pianificati come un percorso articolato.

Occorre allontanarsi dal bla bla e dal risultato facile: non esiste una strada facile per il cambiamento, esiste un lavoro quotidiano pianificato, con strumenti tattici (corsi, webinar, simulazioni) e strategici (corsi con cadenza periodica e coordinata, incontri one to one).

E’ importante prestare attenzione e selezionare, fin dall’inizio di un percorso di cambiamento, i vocaboli giusti.
Le parole diventano degli attivatori di attenzione e motivazione per le persone coinvolte: facciamo scegliere direttamente a loro, i vocaboli che ritengono più vicini alla loro esperienza ed alla loro sensibilità.
Avremo vinto la prima sfida.

 

Amedeo Lauritano
Consulente Senior e Formatore
Sviluppo Commerciale e New Business