Lasciare il proprio lavoro da dipendente per diventare un autonomo: un cambiamento tanto affascinante quanto difficile

I due anni appena trascorsi, segnati dalla pandemia da Covid-19, hanno permesso a molti di riscoprire il valore della sicurezza e delle garanzie del lavoro dipendente. Allo stesso tempo, però, la prospettiva di lasciare il proprio lavoro da dipendente e mettersi in proprio ha sedotto molte vite professionali.

La conferma arriva dal fenomeno, osservato innanzitutto negli Stati Uniti, noto come Great Resignation. Con questo termine ci si riferisce al sostenuto aumento di dimissioni volontarie a seguito della pandemia del 2020. Si tratta di un fenomeno che ha interessato anche l’Italia, dove il ministero del Lavoro ha registrato un aumento delle dimissioni volontarie nel 2021, e che rispecchia un momento in cui la concezione di tempo e spazio nel mondo del lavoro sta subendo veloci e pervasivi cambiamenti.

Di certo le origini del fenomeno vanno rintracciate ben prima dello scoppio della pandemia. Complici lo stress e i ritmi frenetici, a molti sarà capitato prima o poi di pensare “Basta! Mollo tutto e divento un autonomo!”. Spesso questi pensieri durano una notte, o magari qualche giorno. Alle volte, invece, il pensiero si struttura e prende la forma di un vero e proprio progetto.

Inutile prendersi in giro: in molti alla fine non ce la fanno. Alcune ricerche hanno dimostrato come i tassi di fallimento delle nuove iniziative imprenditoriali si attestino intorno al 90%.
Ecco perché è fondamentale che, nel passaggio tra “idea” e “messa in pratica” ci si pongano giuste domande. Si tratta di una fase cruciale e fondamentale, precedente anche alla stesura del business plan. Da anni, incontro centinaia di professionisti desiderosi di mettersi in proprio, ponendoli di fronte a una sorta di stress test. Queste sono le tre scivolose – ma necessarie – domande che ho imparato a fare.

Step 1: focus sulla motivazione. Vuoi cambiare lavoro o vuoi cambiare vita?

Il primo nodo da sciogliere riguarda la motivazione che spinge a cambiare. Mettersi in proprio non è, infatti, solo un passaggio di status giuridico/contrattuale. Si tratta di un passaggio ben più profondo, destinato a cambiare la nostra vita. A modificarsi sono le regole, se non addirittura il gioco stesso: se fai bene tu, vinci tu; se fai male tu, perdi tu.

Essere un lavoratore autonomo significa essere completamente esposto alle oscillazioni del mercato, ai suoi cambiamenti, dall’orientamento dei clienti fino alle sempre nuove normative. Fino all’imprevedibile: mi riferisco a quelli che in economia sono definiti “cigni neri”, ovvero quegli eventi imprevisti, imprevedibili e isolati. Per capirci meglio: quanti di noi conoscono qualcuno che ha aperto il suo ristorante nei primi mesi del 2020?

Utilizzando una metafora comune, diventare un a:utonomo significa lavorare senza un paracadute. Ecco perché lasciare il proprio lavoro da dipendente per quello autonomo richiede coraggio. Ma non solo: è necessaria una nuova predisposizione. Occorrerà concepire in modo differente il proprio tempo e il proprio impegno. Saranno necessarie nuove strategie per programmare il futuro e per concepire diversamente il proprio rapporto con il denaro.

Tornando alla domanda con cui abbiamo iniziato, la risposta corretta dovrebbe allora essere “voglio cambiare vita”. Se siamo animati dal desiderio di un lavoro diverso, ma la nostra vita ci piace così com’è, meglio lasciar perdere. E non servono i tentativi di lanciarsi nell’imprenditorialità conservando il proprio lavoro da dipendente con le sue certezze. Fino a quando ci sarà il paracadute non sapremo cosa significhi davvero essere imprenditori.

Step 2: sei in grado di guardare al tuo progetto con occhi esterni?

Il passaggio da un lavoro dipendente a uno autonomo può avere tante motivazioni diverse. Per ognuno, però, c’è una motivazione prevalente che deve essere individuata e messa in discussione. La motivazione più comune è anche quella meno romantica: l’aspirazione ad aumentare i propri guadagni.

La domanda che dovremmo porci è, allora: “se questa attività fosse di qualcun altro, e io fossi solo un investitore, sarei interessato a finanziare il progetto?”

Ragionando in questo modo potremo immediatamente percepire se la molla che ci spinge è legata troppo alla dimensione della gratificazione personale. Spesso, chi lascia il lavoro dipendente per quello autonomo è spinto dal desiderio di riscattarsi a livello personale, perseguendo una vita lavorativa più affine alle proprie passioni. Intendiamoci: queste motivazioni sono nobili e legittime. Tuttavia non si traducono in clienti e fatturato. Al contrario, ho potuto notare come le scelte eccessivamente autocentrate siano poco efficaci, perché rispondono alle inclinazioni personali e non ai reali bisogni dei clienti. La prima capacità da sviluppare per essere un imprenditore di successo riguarda invece l’abilità di comprendere il comportamento e le necessità altrui. Il mondo, verrebbe da dire, è già pieno di venditori super appassionati di cose che però comprerebbero solo loro.

Di fronte a questo genere di provocazioni nelle sessioni di coaching spesso ricevo risposte generiche, o comunque basate su percezioni soggettive. Si tratta di un punto cruciale: il successo della nostra iniziativa dipende dalla combinazione delle nostre competenze e delle nostre esperienze, dall’ampiezza e valore del nostro network, dal tipo di offerta che poniamo nel mercato in un preciso momento storico. Nello stress test prima di lasciare il lavoro dipendente per quello autonomo dobbiamo sforzarci di guardare il nostro progetto dall’esterno, con gli occhi degli altri. Si tratta di un esercizio in grado davvero di fare la differenza.

Step 3: la capacità di mettersi in gioco. Sei pronto a vendere?

Un’altra tendenza che ho potuto notare riguarda il fatto che chi si mette in proprio tende ingenuamente a sopravalutare la qualità della propria offerta. Sembra tutto facile: si offre un prodotto che si ritiene speciale e si pensa che i clienti arriveranno naturalmente, grazie ad un entusiastico passaparola che presto renderà solidi e attrattivi per il mercato. Si tendono ad oscurare i motivi per cui l’iniziativa potrebbe non riscuotere il successo desiderato. Ed è proprio qui l’errore: nonostante l’impegno, salve rare eccezioni, si farà molta fatica a catturare l’attenzione dei clienti. Ci si dovrà impegnare al massimo per vincere la loro fiducia e prevalere sui competitor.

Occorre poi trovare il giusto equilibrio tra la propria azione e la possibilità di delegare alcune funzioni. Anche se si ha a disposizione un team non si può trascurare l’importanza dell’azione personale dell’imprenditore. Allo stesso tempo, non devono essere sottovalutate le tante incombenze che comportano la messa in proprio: le trafile burocratiche e commerciali, le spese economiche continue. Tutti elementi che richiedono grandi energie e capacità di organizzazione.

Queste tre domande sono uno stimolo prezioso per chi sta pensando di passare dalle parole ai fatti, scegliendo il lavoro autonomo su quello dipendente. Comunque vada, c’è una buona notizia che ricavo sempre più spesso durante i colloqui di lavoro: molti falliscono, ma tra questi moltissimi sinceramente confessano “mi è servito, lo rifarei”.

Articolo a cura di Lorenzo Cavalieri,
Managing director della società di formazione e consulenza Sparring