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Venerdì, 25 maggio 2012 - 17:19:00

Di Stefano Cordero di Montezemolo

In questa fase storica del nostro Paese sta esplodendo la "questione fiscale" che si era già da tempo manifestata ma che non aveva ancora raggiunto la dimensione che sta assumendo in relazione alle manovre che il Governo Monti ha attuato per fronteggiare la crisi finanziaria del nostro Stato.
È già stato indicato come la crescente pressione fiscale sia diventata una forma di "eutanasia" per il nostro sistema produttivo e un fattore di rottura del rapporto tra Stato e cittadini che porta anche alle crescenti manifestazioni di sfiducia verso la politica.

Ora è opportuno aggiungere a quest'analisi anche le ulteriori conseguenze che tutto ciò può comportare. Il ricorso alla maggiore pressione fiscale può essere giustificata come la doverosa scelta "tattica" per fronteggiare una situazione di emergenza e, come tale, essere accettata se inserita in una prospettiva "strategica" di drastica riduzione delle spese pubbliche improduttive, di alienazione del patrimonio pubblico non funzionale alle priorità e alle funzioni dello Stato per trasferire le risorse verso una seria e credibile politica di rilancio della nostra economia e, altresì, di formulazione di un'organica ed equa riforma fiscale che sia compatibile con gli attuali assetti economici e sociali e che porti a una riduzione dell'imposizione tributaria sui fattori della produzione. E, tuttavia, su questi temi continuiamo a verificare uno stucchevole "chiacchiericcio" senza un reale segnale di cambiamento.

A tutto ciò si aggiunge la giustificata lotta all'evasione fiscale che, tuttavia, nel rispetto di come si è andato consolidando nel tempo il nostro sistema produttivo e delle modalità con cui viene condotta, paradossalmente, favorisce altre forme di evasione ed anche di nuova esportazione di capitali anche per le posizioni demagogiche e poco pragmatiche di alcune forze politiche sul trattamento dei capitali scudati che invece servirebbero ancor di più per alimentare nuovamente la liquidità del nostro sistema economico anche limitata dalla crisi delle banche. Inoltre, per larghi strati del mondo produttivo la pressione fiscale e la lotta all'evasione sono percepite come il tentativo dell'amministrazione pubblica e di tutti coloro che ne ricevono privilegi di garantirsi la continuità a scapito di coloro che realmente contribuiscono alla creazione del valore aggiunto. E, per i piccoli e medi imprenditori ed i lavoratori autonomi (ritenuti più propensi all'evasione e, tuttavia, senza ricevere le protezioni economiche e sociali delle imprese maggiori e dei lavoratori dipendenti), si aggiungono anche le notizie sulle distrazioni finanziarie dei partiti politici e di alcune amministrazioni locali e quelle (insieme a sistematiche elusioni fiscali) di alcuni grandi gruppi industriali e bancari, oltre agli stipendi "monstre" dei manager di aziende controllate o aiutate dallo Stato.

In questo contesto, appare comprensibile anche se non giustificabile che emergano in modo sempre più crescente forme di "ribellione fiscale" che, al momento, appaiono condotte in forma isolata e anche sotto la spinta di reazioni emotive ma che potrebbero trasformarsi in azioni sempre più strutturate e anche legittimate dal sostegno di alcune forze politiche. In effetti, già negli anni della tempesta economica e politica tra il 1992 ed il 1994 emersero movimenti di protesta fiscale che allora la Lega Nord sostenne anche come via per la possibile secessione. Tuttavia, queste spinte vennero riassorbite in relazione ad un contesto politico ed economico diverso da quello attuale. In quella fase, la svalutazione della lira ridiede fiato al nostro sistema produttivo che fu anche rilanciato dalla crescita economica internazionale che allora non aveva ancora la forte concorrenza dei nuovi paesi emergenti. E la Lega Nord venne progressivamente inserita in un processo di "istituzionalizzazione" che dalla secessione si spostò verso istanze federali.

In questo momento, invece, le condizioni sono diverse e possono essere molto più favorevoli a chi volesse cavalcare forme più organizzate e allargate di ribellione fiscale che, data la situazione di finanza pubblica, porterebbero rapidamente alla crisi definitiva del nostro sistema politico ed istituzionale. Per questo non si può sottovalutare la situazione di una Lega Nord in difficoltà che per rilanciare la sua immagine e recuperare consenso trovi la via della ribellione fiscale come un ritorno alle sue origini secessioniste e la modalità più efficace per mettere in ginocchio un sistema politico che sembra avere rigettato le istanze federaliste o anche quelle più moderate come l'introduzione dei costi standard per le amministrazioni pubbliche. E in questa fase, a differenza del passato, la Lega Nord potrebbe trovare anche la sponda di nuovi movimenti come quello 5 Stelle di Grillo che per affermare la propria alternativa a questo sistema politico indicano la via della ribellione fiscale come il modo per superarlo.

Per evitare che tutto questo si possa realizzare l'attuale Governo dovrebbe dimostrare una reale capacità di affrontare queste problematiche in chiave strategica anche con modalità che tengano conto non solo della dimensione tecnica e istituzionale ma anche di quella emotiva e passionale che la crisi attuale e la perdita di ricchezza e benessere comportano e, altresì, mettendo le forze politiche di fronte alle loro responsabilità senza eccessive negoziazioni, soprattutto dopo le recenti elezioni amministrative che ne hanno dimostrato la crisi, e la necessità di un profondo rinnovamento, anche quelle che affermano di avere ottenuto un risultato positivo.

Se non si saprà velocemente cambiare marcia e affrontare la crisi per la sua natura strutturale e per le sue ragioni più profonde - che riguardano principalmente una spesa pubblica eccessiva, incontrollata ed improduttiva ed un consistente patrimonio pubblico inutile, costoso e mal gestito - la coperta si farà sempre più corta e ognuno proverà a tirarla dalla propria parte con il risultato finale di una definitiva crisi finanziaria e la spaccatura del Paese proprio quando si cerca ancora di celebrare l'anniversario della sua Unità.