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La valorizzazione dei lavoratori della conoscenza ribalta il concetto di precariato.

Tutte le imprese concentrano gran parte dei loro sforzi nel resistere alla continua minaccia di vedere il loro prodotto o servizio trasformarsi in una commodity e cioè confuso con mille altri, presenti nell’attuale offerta globale.
È QUESTO IL MOMENTO DI LAVORATORI DELLA CONOSCENZA. Per questo ogni azienda arricchisce continuamente le caratteristiche del prodotto, rende più efficiente la propria organizzazione, affina la comunicazione o cerca di ricavarsi particolari nicchie di mercato nelle quali sentire meno il fiato sul collo dei concorrenti.

Questa attività sembra diventare ogni giorno più frenetica rendendo necessari profondi cambiamenti nel mondo del lavoro e negli stili di management, ma imponendo anche l’affermarsi di una sempre più numerosa classe di operatori, quella dei knowledge worker, degli operatori della conoscenza, la nuova “macchina a vapore”.
IL VALORE AGGIUNTO LEGATO A COMPONENTI IMMATERIALI. La produzione dei Paesi avanzati, caratterizzata da maggiori costi a fronte di un più elevato tenore di vita medio della popolazione, è infatti sempre più connotata da oggetti la cui componente immateriale (conoscenza) prevale significativamente sulla componente materiale. Questo sapere, inserito all’interno dei prodotti e che ne accresce il valore è di triplice natura: tecnologica (cultura scientifica), estetica (cultura artistica), comunicativa (cultura psicologico-sociale).
È l’insieme di queste tre componenti che determina il valore degli oggetti e dei servizi, più che il costo rappresentato dalle necessità produttive, dal capitale degli impianti e dalle materie prime.
DALLA CULTURA DELLA “DIPENDENZA” A QUELLA DELLA “COMPETENZA”. In questo contesto, nell’immateriale società della conoscenza, entrambe le due grandi forze rappresentate dal marxismo in continua contrapposizione (capitale e lavoro) perdono ogni rilevanza. Oggi la nostra economia si fonda su quell’85% di valore che non è più imputabile né al capitale né al lavoro: le conoscenze possedute dai knowledge worker fanno la differenza e sono all’origine del successo e della ricchezza delle imprese.
Nel secolo scorso le istanze di rinnovamento e lo spirito riformistico si basavano sulle logiche di solidarietà e di uguaglianza che vedevano la classe operaia come protagonista.
Oggi cominciano ad incrinarsi le certezze del mondo industriale. Per i knowledge worker perdono rilevanza concetti come il contratto collettivo, il concetto di mansione, l’affezione a una sorta di “cultura della dipendenza” in contrapposizione alla “cultura della competenza”.
AL MANAGEMENT IL COMPITO DI SVILUPPARE QUESTA RICCHEZZA. In questo scenario, che vede le competenze al centro dei processi e un’occupazione meno stabile, cambia lo stesso concetto di precarietà che non può essere riferita alle valenze giuridiche nascoste nei contratti, ma che consiste in una sorta di “precarietà delle conoscenze”, che può portare il lavoratore in pochi anni al di fuori del mercato. L’occupabilità è quindi sia nelle mani delle aziende che per sopravvivere devono puntare su un continuo sviluppo delle competenze delle proprie risorse sia nel singolo operatore che dovrà investire nella propria crescita professionale.
Se però gli operatori della conoscenza sono l’origine della ricchezza dell’impresa, compito del management sarà quello di svilupparla sempre di più, proprio cercando di incrementare le conoscenze dei knowledge worker.
Da qui il superamento della logica di comando e controllo, tipica delle mansioni esecutive, verso il “management by education”, e questo con importanti conseguenze.
UNA CLASSE SOCIALE POCO COESA, MA NON PER MOLTO. L’apprendimento, infatti, è sempre stato relegato nell’ambito scolastico, momento separato da quello lavorativo, nel quale si applica appunto ciò che si è appreso, ma, in un contesto in cui vince chi è in grado di adeguarsi in modo continuo a situazioni in rapida evoluzione, qual è la reale differenza tra studiare e comprendere cosa deve essere fatto, sperimentarlo e farlo?
Ci si può infine domandare come possa questa nuova classe rimanere sullo sfondo dello scenario sociale e politico. Il motivo per cui non abbiamo ancora assistito a fenomeni di compattazione sociale che potrebbero trovare sbocco in partiti o movimenti politici sta anche, oltre che nella relativa giovinezza del fenomeno e nella sua trasversalità, nel fatto che gli interessi economici e corporativi sono più facili da aggregare rispetto ai valori condivisi. Ritengo comunque che così non sarà ancora per molto tempo.

di Angelo Pasquarella