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di Maurizio Carucci, pubblicato su Avvenire.it

Come può cambiare la cultura del posto fisso verso quella delle competenze? Per la verità qualcosa è già cambiato nel concetto di 'posto fisso'. Oggi le aziende (e non solo le multinazionali come Ibm, Unilever, Bmw) stanno adottando forme, più o meno diffuse, di smartwork. In buona sostanza cominciano a far lavorare da casa i propri dipendenti che hanno la possibilità di farlo per la natura del lavoro che svolgono.

Questo vale senza dubbio per quelle attività che, non essendo collegate alla produzione di un bene materiale, ma al trattamento di informazioni, non presuppongono il loro svolgimento in un luogo e in un tempo determinato. I nuovi assunti si abitueranno a pensare in termini di risultati da fornire all’impresa, di incarichi da ottenere, di valore del proprio lavoro più che termini di disponibilità ad essere sottoposti agli ordini di volta in volta impartiti da un capo. I lavoratori della conoscenza (il 43% dei lavoratori secondo l’indagine Butera) finiscono quindi con l’avere comportamenti analoghi a quelli dei professionisti anche se i contratti prevedono una remunerazione fissa. Il processo di cambiamento di mentalità sarà lungo ma è già cominciato.

 

Come aiutare i giovani, ma anche i lavoratori anziani a stare sul mercato?

 

Per quello che riguarda i giovani, tre sono le parole d’ordine: investire in ricerca, favorire la sinergia tra strutture di ricerca e strutture commerciali, puntare verso ana preparazione scolastica e professionale eccellente (facendo funzionare ad esempio gli stage, come in Germania). Molte persone più anziane hanno lavorato per compiti e quindi hanno svolto per anni lavori esecutivi che sono stati oggi sostituiti da macchine, da software, da nuove metodologie o sono andati fuori mercato a seguito della concorrenza internazionale. Il problema è certamente più grave, ma innanzitutto non bisogna far cadere le attività volte a riconvertire le capacità dei più anziani verso settori oggi in crescita e, a mio parere, occorre favorire sistemi che consentano, a fronte di una riduzione del reddito, di ridurre l’orario di lavoro. In questo caso sarebbe utile pensare a meccanismi di integrazione tra reddito e forme di pensionamento parziale, come descritto nel libro Giovani al lavoro.

 

Di quali tutele ci sarebbe bisogno?

 

Penso che le tutele di tipo sociale attualmente previste subiranno trasformazioni per due motivi. In primo luogo motivi di sostenibilità economica le spingono verso un sistema misto (pubblico/privato). In secondo luogo questo processo sarà sostenuto dagli stessi lavoratori della conoscenza che hanno la capacità e tendono a desiderare sistemi che consentano una più libera e consapevole pianificazione delle loro scelte anche di tipo previdenziale. Oggi una nuova normativa ha disciplinato le professioni non ordinistiche favorendone l’associazionismo. Questi professionisti possono essere indifferentemente dipendenti, liberi professionisti o imprenditori. Penso che molte idee possano provenire anche da loro che sono i protagonisti di questa nuova classe sociale “interclassista”, quella del knowledge worker.

L’Italia è matura per una concezione del lavoro del genere?

Penso di sì. Certo che il processo sarà lungo e dovremo effettuare uno sforzo culturale ed educativo importante. Soprattutto dovremo non farci cogliere alla sprovvista per non correre il rischio che i lavoratori guardino al passato in un mondo profondamente cambiato. Lo sforzo è grande e quindi una grande responsabilità l’avranno anche i media, la scuola e l’amministrazione pubblica.

Quali le professionalità richieste da una società basata sulle competenze?

Sicuramente le professionalità che daranno maggiori sbocchi sono quelle scientifiche legate alle applicazioni tecnologiche, ma penso che servano anche professionalità con conoscenze più trasversali. Serviranno sicuramente ad esempio persone in grado di gestire progetti, relazionarsi con le persone e riuscire a dominare, negli aspetti essenziali, competenze tra loro molto distanti. Il reale e più importante problema è però quello di collegare il mondo delle imprese con il mondo delle Università al fine di dare sbocchi alla ricerca scientifica, favorire spin-off aziendali e stimolare l’innovazione nelle imprese italiane, altrimenti prepareremo, magari bene, risorse che dovranno cercare collocazione all’estero.