Educare al dubbio e all’incertezza

Il mondo industriale ha sempre aspirato alla certezza. Adottare logiche lineari e stabilire processi definiti e approvati gli consentiva infatti di ottimizzare le risorse di capitale e di lavoro. Questo processo di razionalizzazione ambiva a diminuire rischi ed errori, garantendo che dalla ripetizione di attività determinate conseguisse un risultato sicuro. Una volta sintonizzata sul terminale produttivo, l’industria tende a produrre e quindi a ripetere. La ripetizione ha bisogno di certezza. Ma nel corso dei decenni i tempi sono cambiati e la complessità del mondo postindustriale ha portato all’ascesa dei knowledge workers e, soprattutto, dell’incertezza. Ve la sentireste di dire che società di servizi, start-up e laboratori di ricerca sono basati sulla certezza?

L’incertezza è uno degli elementi discriminanti tra linearità industriale e complessità postindustriale

 Proviamo a riassumere il concetto in una matrice in cui incrociamo metodo e risultato con certezza e incertezza:

– Nel primo quadrante ritroviamo l’area del lavoro industriale: metodo e risultato sono definiti con precisione, mentre le attività sono molto strutturate e di tipo esecutivo

– Cercare di raggiungere un risultato certo con un metodo incerto ci porta nell’area di lavoro per risultati attesi. Sappiamo cosa vogliamo ma non come averlo. Si tratta di attività che richiedono spirito di iniziativa, competenza e indipendenza, come ad esempio nelle attività di vendita.

– Metodi certi danno risultati incerti nell’area del lavoro per progetti ripetitivi. La ripetitività metodologica porta all’affermarsi di una prassi che ripropone tappe analoghe. Può essere il caso delle professioni legali o sanitarie. Qui il risultato che si intende ottenere non è automatico o meccanico, ma sottoposto a più o meno grandi margini di incertezza.

– Eccoci infine a trattare il lavoro per progetti, come progetti di ricerca, di consulenza strategica, di lancio di nuovi prodotti, di prototipazione di oggetti innovativi.

Progettare l’incertezza

L’incertezza governa dunque il lavoro per compiti e quello per progetti, perché di fatto presuppone di lavorare su ciò che non c’è. Questo approccio richiede una mentalità che potremmo definire da esploratore, quindi aperta, curiosa e intraprendente. Per evitare però di perdersi nella giungla dei tentativi e delle incognite è importante trovare dei punti di riferimento. Cercare certezza nell’incertezza, insomma.

Un primo passo sarà di rappresentare l’inesistente. Ovvero formalizzare, concettualizzare e strutturare documentalmente tutte le problematiche che ci si aspetta di affrontare e tutti i processi e le attività che man mano si intraprendono. Il secondo passo sarà invece uno sforzo di influenzamento culturale. Spiegare e diffondere con determinazione le logiche e i concetti che stanno alla base di un approccio di lavoro fondato sull’incertezza.

La formazione aiuta a superare lo smarrimento

Chi si occupa di formazione aziendale sente spesso dire -e con ragione- che nel contesto odierno si deve incentivare alla flessibilità. Aggiungiamo anche che forse si dovrebbe promuovere un atteggiamento mentale che accetta l’incertezza e custodisce il dubbio. I lavoratori si devono confrontare quotidianamente con l’incertezza di processo o di risultato, spesso anche quando non si parla di progetti sperimentali o di lavoro per risultati attesi. Quante volte ogni giorno ci troviamo a dover prendere decisioni impreviste, a cambiare strada per aggirare gli ostacoli, a modificare strategie e comportamenti? Quanto meno possiamo dire che l’incertezza è profondamente democratica, non risparmia né lo stagista né l’amministratore delegato.

Accettare l’incertezza non significa però rassegnarsi, anzi, significa assumere un atteggiamento proattivo verso di essa. Quante opportunità possono derivare da un contesto che muta in continuazione! In tal senso diventa essenziale che la formazione aziendale promuova un approccio creativo, cosciente del rischio, che impara dall’errore e che non accantona i dubbi.

 L’azione cambia il contesto ma nasconde opportunità

Dovremmo conservare maniacalmente l’elemento di dubbio: anche quando il dubbio è stato superato dal fatto. Accettare l’incertezza significa anche accettare che ogni azione cambia il contesto di partenza, motivo per cui conservare il dubbio originario può rivelarsi utile. Non si può mai sapere quale contesto avremmo messo in moto se avessimo scelto l’altra strada, ma non è detto che in quell’altra strada non ci si capiti un domani. Se oggi l’opzione A si è rivelata la migliore, non è detto che domani sia ancora così, o che la stessa A valga in un diverso contesto. Ecco perché è bene non dimenticare il dubbio che l’opzione B potesse essere egualmente efficace.

Ciò non significa pentirsi delle proprie scelte, ma semplicemente avere la consapevolezza che anche le altre opzioni avrebbero potuto dar luogo a qualcosa di buono e utile. Forse di più, forse di meno, chi può dirlo.

Il punto è che le opportunità emergono dal contesto solo col fatto, con l’azione: qualunque cosa facciamo, può essere foriera di opportunità.

 

Laura Garozzo e Angelo Pasquarella – Projectland